Catanzaro: intervista a Carmen Consoli al Festival di autunno

Carmen Consoli a Catanzaro al Festival d’autunno, un’attesa che si è conclusa sabato 5 ottobre, al Teatro Politeama con un concerto rock ed ha raccontato la storia della sua carriera. L‟atmosfera era calda e Carmen Consoli ha finalmente raggiunto i suoi fan a Catanzaro in un Teatro Politeama gremito per il secondo appuntamento della XVII edizione del Festival d‟Autunno, ideato e diretto da Antonietta Santacroce. Un‟estate trascorsa a dare sfogo alle sue due anime musicali in un tour acclamatissimo e che vive l‟ultima tappa in terra di Calabria mostrando il suo volto più amato, quello rock. Perché la “cantantessa” è sicuramente un‟artista baciata dal dio del rock.

Avvolta da un fascio di luce con la chitarra a tracolla, la Consoli si presenta sul palco da sola. Figura esile e minuta nel suo abito elegante, è sembrata essere lontana dalla immagine della rocker che da lì a breve avrebbe “strapazzato” le sue chitarre.


Per l’occasione abbiamo incontrato e intervistato la cantante siciliana che ci ha parlato di musica e di un progetto di cui va fiera.

Per il tuo tour hai ripreso il titolo di un tuo vecchio brano “Eco di sirene”. Ma come sono le “sirene” di oggi?
«Devo essere sincera. La mia vita è felice. La mia vita è dedicata alla ricerca della felicità, però ho degli allarmi.
Devi tener conto sempre degli allarmi. La sirena se non è quella di Ulisse è un allarme.
Se tu sai quali sono i rischi e i pericoli di alcune cose, prendi delle decisione
ponderate e con una certa saggezza. Le sirene ci avvertono a cosa andiamo
incontro se non prendiamo le giuste precauzioni. Quindi per me l’eco di sirene ha diverse valenze. Allora era una canzone che parlava di guerre, oggi rappresentano tre donne che si sono presentate sul palco, io, la mia violoncellista Claudia Della Gatta e la violinista Enrica Belfiore, che denunciano i pericoli di ora. Abbiamo fatto molto per abbattere i muri e oggi li rialzano».


Il tuo successo non segue le logiche dell’attuale mercato. I tuoi testi impegnati fanno breccia in un momento in cui si è portati ad ascoltare altro. Cosa ti spinge ad andare controcorrente?
«Io scrivo quello che fa parte del mio DNA. Non mi uniformo al mercato, ma a me stessa.
Non sono interessata a fare a gara con chi vende più dischi. Non faccio solo la cantante. Io gestisco una casa vacanze, ho un terreno agricolo e produco olio. Ho veramente molti interessi. E sopra a tutto questo c’è il mio più grande interesse: mio figlio. La musica è una passione per me che mi fa esprimere al meglio quello che ho dentro. Sono molto fortunata
di poter esprimere ciò che provo e non ciò che gli altri vorrebbero che io provassi. Mi ricordo che gli anni ottanta furono mal considerati dai giornalisti. Anni in cui ci fu una maggiore apertura al pop e le canzoni si basavano sulla rima amoree-cuore. Poi nei novanta ci fu una rivoluzione con l’arrivo dei CSI, di Battiato, dei Subsonica, di Max Gazzé, Daniele
Silvestri, gli Afterhours, dei Bluvertigo e della grandissima Cristina Dona’.

E piccola, nel mezzo c’ero pure io. Noi siamo reduci da un ventennio in cui l’attitudine a pensare, a ragionare, a elaborare, a fare filosofia, intesa come amore del ragionamento, è minacciata dall’uso dei social network che prediligono l’approccio veloce perché non c’è tempo per riflettere, per approfondire e per parlare. E’ il secolo dell’usa e getta. Tutto ciò
non esclude la musica. Oggi si assiste a un proliferare di melodie semplici. Al tempo stesso mi rendo conto che esiste un sottobosco interessante. Ti faccio i nomi di Motta, Brunori, Di Martino, Diodato e della mia conterranea Levante, una delle mie artiste preferite che,
neanche a farlo apposta, vive in Sicilia. Il problema è di chi diffonde la musica, di chi sceglie di diffondere un certo tipo di musica».


Il tuo impegno è anche nel sociale con la Onlus Namastè. Com’è nata questa avventura?
Mi fa piacere che tu me ne parli. Questa è una delle cose più belle della mia vita perché è un risultato tangibile. Namastè è una casa per ragazzi diversamente abili. Lì i ragazzi si rendono utili facendo cose utili per gli altri, riuscendo a vivere la propria condizione in maniera serena. Tempo fa fui contattata da Laura Boria, una ragazza che mi raccontò la sua
storia e mi chiese se potevo aiutarla in qualche modo per sensibilizzare le autorità con un “concertino”, che gli potesse permettere di racimolare un pò di soldi per trovare una nuova collocazione ai suoi ragazzi. Io fui molto colpita dalla vicenda e mi presi qualche giorno di tempo per riflettere sul da farsi. Decisi di chiamare il mio manager Francesco Barbaro al
quale proposi di organizzare una sorta di Live Aid in Sicilia con la presenza di molti artisti, un biglietto da pagare per cercare di comprare la casa a questi ragazzi con il ricavato. Fu un concerto bellissimo con l’orchestra residente, Elisa, Max Gazzè, Bandabardò, Daniele Silvestri, Marina Rei, Mario Venuti, Samuele Bersani. Ognuno di loro ha partecipato
gratuitamente e ha cantato le canzoni degli altri. Ci furono dei duetti incredibili. Morale della favola siamo riusciti a comprare la casa. Per me, per noi tutti è stata una soddisfazione incredibile. Questo fa capire che dove non arriva la politica, può arrivare la musica».
Un risultato che mi fa pensare che c’è sempre una possibilità nell’aiutare il prossimo evitando quel decadimento morale della società di cui tu parli nel brano “Uomini topo”
Il topo è l’unico essere vivente in grado di sopravvivere a una esplosione nucleare. In “Uomini topo” gli scienziati cercano di combinare il DNA del ratto con quello dell’essere umano per dare a quest’ultimo più resistenza. Quindi noi anziché ripulire il pianeta, rendendolo il più vicino possibile alle nostre esigenze fisiologiche, mutiamo noi stessi cercando di resistere a un eventuale disastro nucleare. In questa canzone mi è piaciuto
pensare che in giro ci sono dei “topi sapiens” che compiono azioni giuste»


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