LAVORO IRREGOLARE: occorre un patto di civiltà, di scelta della legalità

 

 Il lavoro irregolare resta un problema serio per l’Italia anche se la crescita di tale fenomeno si è in qualche modo contenuta.L’irregolarità è distribuita in modo disomogeneo nel territorio nazionale con punte più elevate nel mezzogiorno ed in particolare nella Calabria.E’ un fenomeno preoccupante, anche se  analisi effettuate rilevano una contrazione che non può farci consolare rimanendo, comunque, il Sud ad un livello alto di irregolarità. Le cause di tale fenomeno sono tante ed alcune hanno radici locali che vanno ben circoscritte e contrastate con adeguate misure. Alcune vanno ricercate a livello nazionale nella combinazione di più fattori negativi, come l’aumento degli extracomunitari, sempre più onerose pressioni fiscali, misure sanzionatorie eccessivamente punitive che hanno costretto tante piccole aziende a finire nel sommerso, ma ci sono tanti fattori locali che aggravano la situazione nella nostra realtà.  Ad esempio, i tassi d’interesse praticati dalle banche che sembra siano i più alti d’Italia, la non completa immissione nel mercato delle controlla il territorio. Problema principale è quello di capire cosa fare per affrontare concretamente tutti questi aspetti. Non è che non ci sono iniziative, forse c’è ne sono troppe: basta leggere i giornali locali e si hanno continue notizie delle attività più disparate portate sovrappongono, quanto sono spesso scollegate tra loro e si rivelano frammentarie e dispersive. Manca un coordinamento nazionale e quindi di un legame con le politiche fiscali più generali, manca, quindi,  una regia unica di tali attività, frutto di un’azione programmata e concertata che miri, dopo un attento studio del fenomeno, ad individuare un piano di interventi integrato ma unico, in cui ogni iniziativa è concatenata alle altre e non frutto di  singole idee. Le Commissioni per l’emersione, anche se tutte operanti, non hanno il necessario peso  per incidere sul fenomeno e dispongono, tra l’altro, di poche risorse; il  fallimento dei contratti di emersione che erano stati pensati per sanare situazioni di illegalità, hanno invece, a suo tempo, prodotto una guerra tra poveri, peggiorando la situazione di chi continuava a lavorare in nero. Manca una legislazione nazionale che individui un unico soggetto che coordini in ogni regione le iniziative.Il lavoro sommerso è causa di negazione di diritti, di precarietà, di disgregazione sociale, di concorrenza sleale tra imprese e lavoratori, di evasione contributiva e fiscale. E’ l’esatto opposto di quel modello di sviluppo qualitativo con cui l’Italia deve misurarsi in Europa.Non bastano e non servono solo i controlli e le sanzioni, né azioni ed interventi saltuari ed episodici, è necessaria una nuova fase attraverso un intreccio imprescindibile con la programmazione negoziata, con le azioni dei soggetti istituzionali, con gli strumenti di legge e contrattuali. Per una competizione regolare sul mercato c’è bisogno di una forte qualificazione dell’impresa, dei lavoratori e dell’intero sistema economico e sociale.Il vincolo della qualificazione, la selettività, i controlli, la piena applicazione di regole e diritti: questo è il terreno su cui misurare, proporre ed erogare incentivi ed interventi che, tenendo conto delle regole europee, possono determinare davvero un’ulteriore fase di lotta all’illegalità ed al lavoro nero.In tale direzione le Regioni hanno e devono avere un ruolo forte e determinante, sia attraverso un’azione determinata di coordinamento, sia attraverso un attenta programmazione di interventi, che non realizzino facili ed inutili distribuzioni di risorse, ma individuino pacchetti integrati di strumenti per la riorganizzazione qualitativa delle imprese, implementino le agevolazioni  previste dalla legislazione nazionale, favoriscano l’acquisizione di strumenti tecnologici, svolgendo una qualificata funzione di assistenza e guida ed una continua formazione degli operatori per l’attuazione di concrete strategie di produzione basate sulla qualità.Occorre, infine, immettere sul mercato tutte le risorse comunitarie, creando, così, ricchezza ed occupazione in modo che le imprese siano stimolate ad emergere e, quindi, a contribuire alla crescita ed allo sviluppo del nostro territorio.Grazie ad una efficace azione di sistema e grazie alla condivisione di tutte le parti sociali, si potrà realizzare un significativo miglioramento sia in termini di regolarizzazione dei rapporti lavorativi che in termini di nuovi percorsi di emersione intrapresi.La verifica dei risultati di alcune delle attività svolte dalle Commissioni regionali potrà stimolare la cooperazione e intensificare lo scambio di informazioni anche per favorire lo scambio di buone prassi  ed attivare, interventi seri e concreti indispensabili per contrastare il proliferare dell’emersione, chiamando in causa l’attenzione del governo nazionale su un tema che richiede l’attivazione di concrete sinergie istituzionali e sociali.Bisogna, infatti, rendersi conto che per ridurre il sommerso occorre farsi promotori di un patto di civiltà, di cultura dei diritti, di scelta della legalità, di etica nello stare sul mercato, eliminando quelle barriere che rallentano i necessari cambiamenti produttivi ed organizzativi assolutamente indispensabili per garantire un futuro alla nostra terra e per dare dignità ai lavoratori.

Luigi Bulotta

 

 

 

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