Nuove strategie economiche per la ripresa dell’economia

 Nuove strategie economiche per la ripresa dell’economia
Walter Frangipane

Una nuova opportunità si presenta al nostro Paese, che non ha riscontri nel passato e che ci consente di affrontare quei problemi che risalgono a lungo tempo, come il mantenimento dei posti di lavoro, la creazione di nuovi e il miglioramento della qualità della vita. Il sostegno del governo alle famiglie e alle piccole e medie imprese, sopra tutto quelle più fragili, che peraltro ha già operato durante la crisi pandemica, deve continuare fintanto che la ripresa non si sarà consolidata ed anche oltre, ma andrà mirato ai settori economici del sistema produttivo della nostra nazione, finché l’Economia non avrà preso forza.La ripresa dovrà esserci ora che anche la soglia dell’immunità di gregge tende ancora un po’ ad innalzarsi e a garantire maggiormente le fasce sociali, con il coinvolgimento di coloro che per vari motivi erano poco propensi a vaccinarsi.

Ma la ripresa si regge in particolare a causa dell’effetto dell’accrescimento della spesa pubblica, in buona parte determinata dai fondi dell’E.U. (Unione Europea) definiti “Next Generation” (Generazione Contigua), che non può non sostenere maggiori e nuovi investimenti correlati a una maggiore fiducia e determinati da una maggiore domanda di beni e servizi.  Il P.N.R.R. (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre un’opportunità, accennata in premessa, che non ha precedenti, per dare seguito a un’economia più verde, volta alla digitalizzazione e di conseguenza anche più produttiva.

Naturalmente bisogna approntare una nuova agenda che miri a dare attuazione alle riforme, alcune specifiche, quali ad esempio la concorrenza, i processi di giustizia civile e sociale, il settore pubblico, in particolare, ed evitare quei ritardi cronici che penalizzano gli investimenti, causando aggravio di costi, con particolare riguardo alle infrastrutture ecologiche e della banda larga, le quali ultime possono notevolmente migliorare la competitività delle imprese italiane. Per quanto concerne particolarmente il settore pubblico, il Segretario Generale dell’O.C.S.E. (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) Mathias Cormann riguardo all’Italia ha detto esplicitamente: “A more effective public sector is crucial for ensuring its success.

The Plan must be fully implemented and complemented with reforms to support further growth” ovvero «Un settore pubblico più efficiente è fondamentale per garantirne il successo. Il Piano deve essere pienamente attuato e integrato con riforme per sostenere un’ulteriore crescita». Aumentare l’efficienza del settore pubblico nel nostro Paese è, altresì, più urgente che mai e sicuramente la piena attuazione del P.N.R.R. aiuterà a colmare le lacune di competenze nel settore pubblico, a promuovere la sua digitalizzazione, a semplificare la molteplicità e a volte la complessità delle disposizioni normative che spesso inibiscono addirittura la capacità dei dipendenti pubblici a fornire risultati. Ecco perché aumentare l’efficienza del settore pubblico nel nostro Pese è più urgente che mai.

Tuttavia il Piano (cioè il P.N.R.R.) dovrà essere pienamente attuato e integrato con riforme per sostenere un’ulteriore crescita. Ora le previsioni economiche dell’O.C.S.E. indicano una crescita per l’Italia intorno 5,9% per quest’anno, anche se qualche Ministro del Governo in carica prevede una percentuale anche maggiore, e del 4,1% nel 2022 (stime O.C.S.E.), dopo un calo del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) dell’8,9% nel 2020, per effetto della pandemia. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del nostro Paese attiverà una crescita più forte, più verde, più equa e più digitalizzata che andrà a beneficio di tutti gli italiani con migliori opportunità per andare avanti con maggiore fiducia per il futuro.
Una volta superata la pandemia, la spesa pubblica e la politica fiscale, come anzi detto, dovranno essere immediatamente riformate al fine di poter attuare il P.N.R.R. e poter dare corso agli investimenti in infrastrutture, all’istruzione e alla formazione dei giovani, molti dei quali sono senza lavoro e a rischio povertà, ma dovrà essere migliorato anche il lavoro degli adulti, attraverso un’adeguata formazione e la ricerca di specifiche competenze, questo andrà attuato ovviamente in modo capillare in tutte le Regioni d’Italia.

Occorrerà valorizzare sopra tutto il lavoro delle donne, la cui partecipazione al lavoro, appunto, rimane ancora particolarmente bassa, sopra tutto quelle con figli. E per questo bisognerà prevedere, tra l’altro, l’accesso ai servizi di assistenza all’infanzia con maggiore qualità rispetto a quella riscontrata in passato. Rinvigorire l’Economia significa anche questo, naturalmente in un quadro più ampio, spostando quindi il focus dalla risposta alla crisi pandemica alla promozione della crescita per il futuro, con piani che creino posti di lavoro, investano nelle infrastrutture, guidino l’innovazione, supportino le persone e salgano di livello in modo che nessun luogo o persona, indipendentemente dall’età, dall’etnia e dal sesso, sia lasciato indietro: questo non è stato il caso delle crisi globali passate. Ne deriverà auspicabilmente la nostra futura prosperità, sostenendo un commercio più equo nell’ambito del nostro sistema produttivo, in un’economia più resiliente, ma anche con un sistema fiscale più giusto.

Allora potranno dischiudersi nuove frontiere per le imprese italiane, ma di pari passo occorrerà combinare il cyberspazio esterno (ovvero lo scambio di informazioni e infrastrutture fisiche e immateriali e i PC di tutto il mondo in un’unica rete, affinché interagiscano fra loro, cosa presente in alcuni paesi del pianeta) con quello interno. Questo comporterà il rafforzamento della “partnership” (rapporto di collaborazione) con tutti i Paesi del mondo, sopra tutto quelli dell’O.C.S.E., i cui cittadini hanno imparato lezioni importanti dalla pandemia sulle vulnerabilità delle loro imprese e sulla necessità che i governi debbano fare molto di più per prepararsi a fronteggiare future calamità e rafforzare le singole economie nazionali. Le persone hanno compreso bene che ci sono delle disuguaglianze, a volte molto accentuate, e pertanto desiderano vivere in futuro in società più eque; desiderano, inoltre, azioni più rapide da parte di chi governa e di chi amministra imprese per ricondurre le persone al lavoro, per migliorare i salari, per accrescere la sicurezza economica delle famiglie, in particolare quelle più fragili, e sopra tutto per aumentare la sicurezza sul posto di lavoro.

Non c’è dubbio che in questo periodo stiamo assistendo alle pressioni sui prezzi determinati dagli aumenti dei costi, il che sembra un fatto insolito se si pensa che si vogliono sviluppare le attività nella fase post pandemica, ma questo non era affatto imprevedibile! Tra l’altro, ad essere un po’ attenti, si notano dei disallineamenti tra domanda ed offerta sia dei beni che dei servizi. Sarà un fatto transitorio? Probabilmente sì! È verosimile, tuttavia, che possa innestarsi una fase inflazionistica a causa del paventato aumento, per nulla scontato, dei generi alimentari, ma in particolare dei prodotti energetici, cosa questa ben più prevedibile, se non ci saranno manovre a rimodulare i divari che stanno emergendo fra l’offerta e la domanda a livello mondiale. Nel nostro Paese, ma anche in quelli europei, le Banche dovrebbero da parte loro esaminare con molta attenzione la transitorietà, se di transitorietà si tratta, delle pressioni inflazionistiche che possono delinearsi sugli orizzonti finanziari ed economici e prevenire, per quanto possibile, qualsiasi inasprimento determinato dalla dinamica dei prezzi sottostanti. Naturalmente le loro azioni dovranno essere sostenute da azioni preventive delle Banche centrali.

C’è da dire, però, che lo scenario economico italiano possa sensibilmente mutare in termini di crescita, per come i dati O.C.S.E. sembrano indicare, e quindi le preoccupazioni potrebbero essere fugate più in là, in considerazione delle notevoli risorse finanziarie “in debito” che hanno iniziato ad affluire dall’Europa, nonostante i tassi europei siano solo “marginalmente” più economici dei costi finanziari italiani. Ma è in questa direzione che sembra orientata la politica economica italiana, un po’ come quella propugnata dalla nuova amministrazione americana di Joe Biden, sulla quale battono con più frequenza, rispetto alla gestione passata, i mass media economici statunitensi, che peraltro potrebbe rivelarsi, con il senno di poi, come un insegnamento giusto in termini di Economia.

Si tratta della “shock-and-awe strategy”: è un termine in realtà molto forte quello che viene usato oltre oceano, a cui potrebbe corrispondere in un certo senso, ma in maniera piuttosto attenuata,  la omologa strategia “whatever it takes” (tutto ciò che serve), adottata dalla Banca Centrale Europea nel 2012 a guida Draghi, che ha cambiato il destino dell’euro. In sostanza è un massiccio ricorso alle risorse finanziarie che provengono dell’Europa, che è l’esatta antitesi al comportamento finora adottato dai Paesi europei frugali che non volevano far troppo per non mettere a rischio la stabilità macroeconomica dei loro Paesi. Ma evidentemente il governo Draghi ritiene che ci sia più rischio a far poco ed occorre quindi cambiare strategia per porre fine alla stagnazione durata decenni, allo scopo di garantire una ripresa sostenuta e porre la nostra Economia su un percorso di crescita duratura.

Le condizioni per il successo di tale strategia sono molto stringenti. La prima condizione è che il governo italiano spenda bene i soldi, in maniera efficiente, e non nella maniera politicamente più opportuna. Naturalmente il rischio più elevato è costituito dalle risorse che saranno rivolte al Mezzogiorno d’Italia, per cui mentre le stesse, per come prevede il P.N.R.R., sono assegnate ai vari Ministeri, Draghi ha affidato al Ministero dell’Economia la supervisione del piano dando alcune specifiche priorità. La seconda condizione è che gli investimenti siano sostenuti, per come più volte accennato, da riforme complementari e su questo l’E.U. (Unione Europea) è irremovibile, impartendo raccomandazioni specifiche Paese per Paese.

La terza condizione, da non sottovalutare, è che i mercati finanziari siano invogliati a comprare il “pacchetto europeo” (titoli) in modo che le risorse affluiscano in Italia. Certamente il debito pubblico italiano, che in percentuale del P.I.L. è il secondo più alto dell’Area Euro, dopo quello della Grecia, non potrà che aumentare ulteriormente con le operazioni in atto. Però c’è da sperare che gli investitori (coloro che immettono i soldi) prestino più a un governo che investe, accrescendo inevitabilmente il suo debito, per aumentare il potenziale di crescita, anziché a un governo che pensa solo a mantenere o limitare il suo debito, facendo languire la propria economia.

C’è anche da dire, inoltre, che i mercati finanziari hanno capito bene che il debito pubblico italiano non deriva affatto dall’attenuazione della disciplina fiscale, ma dalla mancanza di crescita e questo ci incoraggia sulle ben disposte intenzioni degli investitori.
Solo il tempo ci dirà se la strategia Draghi manterrà le previsioni e se il suo slancio sarà coronato da successo.

Walter Frangipane – Economista

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